Dr Leopoldo Francato

 

  • Psicologo Psicoterapeuta dell’età evolutiva e dell’età adulta (Albo Psicologi Veneto n° 4479)

  • Psicoanalista, ordinario dell’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (A.I.P.A.)

sede di Milano www.aipamilano.it

sede di Roma www.aipa.info;   

e associato all’International Association for Analytical Psychology (I.A.A.P.)  www.iaap.org;

  • Specialista in psicologia forense e in psicodiagnostica. 

  • Responsabile di Comunità Psichiatriche presso la Cooperativa Un Segno di Pace (Marostica, VI) www.unsegnodipace.it

 

 

Studio privato e sede legale in:

Via Brigata Sassari, 12  Marostica (VI)

tel. 349/3945136

mail: leopoldofrancato@tiscali.it    leopoldo.francato@pecpsyveneto.it

P.IVA: 03980060283    Cod. Fiscale: FRNLLD75C08C7430

Polizza assicurativa n. 47854832

 

SERVIZI 

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PSICOTERAPIA DELL’ETA’ EVOLUTIVA

 

Utile è ascoltare per un figlio che ascolti. 

Quando entri l’ascoltare in chi ascolti in chi ascolti, colui che ascolta diviene uno da ascoltarsi.

Quando bello è ascoltare, bello è il parlare. 

L’ascoltare è il signore dell’utile.

Utile è l’ascoltare per chi ascolta. Bello è l’ascoltare più che ogni cosa: ne nasce un amore bello. Come è bello che un figlio accolga quel che dice suo padre, dopo che egli è diventato vecchio con questo!Un diletto di dio è chi ascolta.Ma non sa ascoltare colui che dio odia.

 

Insegnamento di Ptahhotep – Pap. Chester Beatty, IV dinastia. 

 

  • Sand play terapy: questa terapia si svolge mediante l’utilizzo di una cassetta riempita di sabbia, all’interno della quale è possibile creare immagini e scenari utilizzando numerosi oggetti in miniatura. All’interno della sabbia si mettono in moto profonde energie inconsce, permettendo trasformazioni attraverso la ricerca della comprensione delle immagini create, la contemplazione dello scenario e soprattutto la creazione dello stesso con il movimento delle mani. Il Gioco della sabbia consente così di assumere la materia, l’inespresso, quello che non ha potuto diventare cosciente, ma preme per esserlo, per poter poi arrivare – attraverso i passaggi della figurazione, raffigurazione, configurazione – alla trasfigurazione di quello che in origine aveva urlato dentro di noi, fino a sfigurarci (Stocchi, 2018). Osservare un quadro di sabbia apre a molteplici percorsi interpretativi, ma più radicalmente, immaginativi. Qui si tratta di “fare della soglia e delle attese la nostra dimora”. 

PSICOTERAPIA DELL’ADULTO E DELLA COPPIA

 

  • La prospettiva junghiana abbraccia da un lato le dinamiche collettive (inconscio collettivo, società) e dall’altro quelle personali (analisi del transfert – controtransfert e dei complessi): nel dialogo tra terapeuta e paziente si valorizzano perciò i punti di giunzione fra queste diverse dimensioni, affinché la comprensione della sofferenza non sia mai disgiunta dal contesto socio-culturale.

  • La psicoterapia junghiana si delinea come un processo dialettico in cui analista e analizzando compartecipano allo sviluppo della persona. Il terapeuta accompagna il paziente attraverso lo spazio psichico simbolico che si produce nell’incontro alchemico tra l’inconscio e il conscio, del terapeuta e del paziente, all’interno della stanza di analisi. I sogni per esempio saranno interpretati come frutto del lavoro di entrambi, ossia del campo analitico. 

L’arte nelle sue forme, in soccorso viene a portare possibili percorsi. Già Jung osserva come  “Il gioco della costruzione era solo un principio, dava libero corso a una fiumana di fantasie che poi annotavo attentamente. […] Sempre, quando mi trovavo in un vicolo cieco, mi mettevo a dipingere o a scolpire una pietra” (L’arte di C.G. Jung, 2019). E’ possibile in questo senso approfondire la conoscenza di sé utilizzando la creatività e l’arteterapia, dedicandole spazio e devozione.   

 

  • Immaginazione attiva: si tratta di una tecnica volta alla cura di sé attraverso la cura delle immagini, o comunque particolari emersioni che possono avvenire sia nel paziente sia nel terapeuta, frutto, a mio avviso, del campo delle interazioni tra i due. Tali immagini arricchiscono la mente di contenuti e prospettive impensabili, in grado di sciogliere una situazione dolorosa. Le immagini sono il simbolo universale della mente (Damasio, 2018). 

Le immagini possono rivelarsi nella mente del paziente come in quella del terapeuta, attraverso intuizioni o più facilmente nelle rêverie.

 

  • Ricerca e comprensione del proprio Sé: tema complesso che abbraccia, nel rispetto delle sensibilità individuali, il rapporto con la nostra vita, la dimensione spirituale nei diversi orientamenti religiosi e non, l’interrogarsi su significato e senso del nostro essere come del nostro divenire. E’ a questo livello che l’individuarsi esprime maggiormente le proprie potenzialità. 

 

 

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La mia impostazione di lavoro, sia nei percorsi terapeutici in studio, sia nel lavoro riabilitativo istituzionale, è radicata nella concezione junghiana dell’individuazione: nessun terapeuta è uguale all’altro e la psicoterapia analitica si modella volta per volta sull’incontro fra le personalità singolari dell’analista e del paziente. Tale premessa fonda la visione di una intersoggettività in divenire, tesa alla scoperta di sé come dell’altro. L’individuazione perciò comporta l’integrazione delle diverse parti di sé, attraverso l’esperienza che la relazione con un’altra persona ci può insegnare e com-muovere, ossia muovere insieme verso territori inesplorati della mente nutrendone la vitalità. 

 

Questo incontro lo si può pensare come il combinarsi di due sostanze chimiche.  L’intendere l’accadere analitico attraverso un modello chimico, caratterizzato da un dialogo che favorisce la combinazione di due sostanze in una sorta di provetta analitica, che porta alla creazione di un nuovo, terzo composto, mi è congeniale. Tale “terzo” viene definito da Schwartz – Salant  (1986) un “regno immaginale condiviso”, basato su campi di energia, sentiti in maniera definita, tipo aurea, e che partecipa dell’immaginazione di entrambi. Assomiglia all’immaginazione attiva, tranne per il fatto che vi sono coinvolte due persone (Sedgwick, 1994). Ha la funzione di contenimento degli stati caotici della mente, ha la funzione di creare ponti, collegamenti, centri di con-centra-zione. Ci orienta quando pensiamo che non vi sia meta alcuna. 

 

Ciò non significa eludere la questione e l’importanza degli sudi evidence-based, ossia studi che attestano l’efficacia o meno di una terapia; semmai valorizzarli attraverso un serrato confronto tra le ragioni della visione scientifica e l’esperienza personale che nasce e si esprime nel qui e ora della vita, comprendendo anche il suo irrazionale, provocando ognuno ad entrare in scena con la propria singolare voce.  Già in passato si esprimeva Eraclito affermando come ad “ognuno è concesso di conoscere se stesso ed essere saggio” (Diels-Kranz, 22B 116). 

 

In questo senso, lavorando sia in ambito psichiatrico come responsabile di strutture cliniche per la cura del disagio mentale, in contatto con forme gravi di sofferenze e condizioni psicopatologiche complesse, sia in ambito psicoterapeutico privato nel lavoro con bambini e adulti portatori di un dolore profondo spesso caratterizzato da un discorso sospeso, per dirla alla De Andrè (Ballata degli impiccati, 1970), ritengo lo stile terapeutico personale fondamentale per aiutare la persona a ritrovare forza e voglia di collaborare per il proprio equilibrio e per la propria crescita, dove i sintomi hanno portato confusione, disperazione, difficoltà di rapportarsi e dialogare con il partner o i figli, come agli amici o colleghi, oppure lo smarrirsi nell’incomprensibilità delle cose.  

Solitudine e vuoto possono impadronirsi della capacità di determinare la nostra giornata; difficoltà di separazione e paura uccidono la creatività, rendendo sterile l’immaginazione. La funzione analitica diventa il mezzo, la cassetta degli attrezzi ricca di duttili strumenti attraverso i quali paziente e analista operano per rimettere in campo il desiderio di crescere e generare, rinnovando l’interesse per la scoperta e la meraviglia di sé e del mondo. Allora la risoluzione delle problematiche può finalmente essere affrontata, a volte sul piano del presente quando questo comporta difficoltà e impacci attuali, altre richiedendo l’impervia e lunga discesa nel lontano passato delle proprie origini e dunque del confronto con la propria famiglia e le sue generazioni; altre ancora necessitando della spinta e del coraggio alla realizzazione di sé.  

 

Comunque sia una figura mi sovviene nella mente quando il bisogno di riprendere fiato dalle sfide della contemporaneità bussa alla porta del cuore. Si tratta del pastore e della sua lunga storia. 

Il pastore della IV dinastia egizia pieno di malinconico pathos che parla all’Occidente, il paese dei morti, e della sua vita selvatica e misera “Il pastore è nell’acqua coi pesci”  (Donadoni, 2020), oppure quello degli ultimi versi del libro VIII dell’Illiade che “gioisce in cuor suo” di fronte allo spettacolo della volta celeste, in mezzo al divenire della battaglia, ci aiuta a pensare al bisogno di trovare uno spazio e un tempo per sospenderci in mezzo agli affanni della quotidianità, cercando il rapimento di un attimo di bellezza. 

Mi piace pensare che seguendo questa figura nel corso della storia, dopo molti secoli, il pastore leopardiano nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” non solo sarà preso dalla meraviglia come il pastore omerico o egizio, ma l’interrogazione sulla stessa immensità dello spazio trapuntato di stelle diverrà anche angoscia, spaesamento, lamento sulla solitudine e il vuoto aprendo di fatto l’era della modernità: “che fa l’aria infinita, e quel profondo seren? che vuol dire questa solitudine immensa? Ed io che sono?”.

Non meno del pastore pessoano incarnato dall’eteronimio Caeiro: “Sono un guardiano di greggi. Il gregge è i miei pensieri / e i miei pensieri sono tutte sensazioni. Penso con gli occhi e con gli orecchi / e con le mani e i piedi / e con il naso e con la bocca”.   

Ma la modernità porterà con sé il valore dell’esserci in relazione con qualcuno. Parafrasando W. Blake è possibile dire che: “Ho cercato Dio e non l’ho trovato. Ho cercato la mia anima e non l’ho trovata. Ho cercato mio fratello e il ho trovati tutti e tre”. 

 

Infatti quando si discute di sintomi come depressione, ansia, attacchi di panico, l’urlo del corpo nelle somatizzazioni, il rifugio nell’ebrezza alcolica, ecc. spesso dopo i primi incontri di consultazione, si chiarisce come la sofferenza derivi in gran parte da modalità di rapportarsi agli altri frutto di aspettative, condizionamenti, idee preconcette che poco hanno a che fare con il proprio sé, la nostra irriducibile dimensione intima e individuale, l’autentico, per dirla alla Mancuso (La vita autentica, 2009);  nonché il proprio Sé, ossia l’interrogazione sul senso della nostra vita, del nostro esserci in questo mondo che trascina in territori sconosciuti della nostra anima, trasformando il pastore in viandante . Nessuna certezza, nessuna assicurazione che vale. Lo sapeva bene Machado quando scrisse “Viandante non esiste il cammino, il cammino si fa camminando” (Machado, 1973). Buona metafora anche per l’analisi. 

 

Questa sofferenza nell’esprimersi porta a comunicazioni distorte, il messaggio non arriva, le reazioni sono incomprensibili. Diventa difficile accogliere la richiesta di un figlio, rispondere all’afflato del partner, mantenere lucida e razionale la relazione con il collega, portare a termine con soddisfazione tutto quel che richiede precisione e perseveranza. Il pastore guarda il cielo stellato è non è più felice in cuor suo. Manca qualcuno, qualcosa ci viene imputato e chiama ad una risposta singolare, individuale che dica di noi nonostante il rumore generale. Per esempio nel film Cloud Atlas (Tykwer, Wachowski, 2012) si riflette sull’importanza del nostro esserci sempre in relazioni ad altro, alle altre vicende, ponendo attenzione e significato alla nostra vita che “non è nostra. Da grembo a tomba siamo legati ad altri, passati e presenti”. Oppure “Da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro”. Queste parole in qualche modo ci toccano, invitano a pensare sul senso della responsabilità verso sé stessi e gli altri, dunque sulla dimensione intima e individuale, come in quella collettiva e della specie.  Tale interrogazione ci mette in una posizione attiva, dinamica, muove energie, rompe gli incantesimi per aprire al racconto.